
Cadi neve,
da ogni mio poro,
insozzata veste mia di sposa.
Le tue labbra crocifisse in alto
nella luce che ora,
sento avvolgermi e stringermi.
Sei il serpente dei giorni
vuoi il mio fiato
ogni mio desiderio e sogno,
mi vedi già bellissimo automa di cristallo
il sole che mi bacia,
i polsi lisci e intonsi.
Credi di avermi adesso
a terra genuflessa,le catene d'argento
è la tua bocca che parla
è la tua bocca che sento bestemmiare,
senza sentire.
Io non sento niente.
Non sento più niente
*
Fai della mia schiena,
il più divertente dei balocchi.
Io non esisto.
Fai della mia mente,
il suadente sudario delle tue perversioni.
Io non esisto.
Flagellami ancora,
schiaffi in centro,
duri come il marmo che di magia,
veste un passato remoto.
Divertiti con la mia carne,
mangiane tutta
non lasciarmi le ossa,
che cantano inni
alla più pura e bella solitudine.
Petali e margherite,
premute contro le guance
ricordo le spine
il freddo e la plastica,
l'anestetico ed il rossetto.
L'odore tuo,
di morte e di ritorno.
Io non esisto.
Diventa per me,
il bambino capriccioso,
strappami le ali a morsi
sputale sul pavimento di cenere,
tagliami le mani,
le mie piccole mani deformi
tagliale e buttale via
lontanissime da me
dai miei ricordi.
*
Capo chino,
fisso il marmo,
arabeschi e croci.
Nient'altro da guardare,
le tue gambe che si allontanano,
il profumo dell'incenso,
un portone che si chiude.
Dimmi io cosa sono.
Io non ho nome,
sono le parole
queste bolle calde e disperate
che mi danno senso d'essere
non la vita
io non sono in vita,
non ci sono mai stata,
figlio mio.
Ho un diario di colpe
scritte col sangue,
questo liquido prezioso e caldo
che ora mi cola sul ventre.
Vieni vicino,
guardami piangere
il sapore di tutti gli sbagli
sulla lingua e nel palato.
*
Giurami adesso
che questo amore
non finisce.
Che il tormento e l'agonia,
possono continuare
non per un attimo solo
ma per sempre.
Il teatrino è fatiscente
non ho cera nè rimmel
per truccarmi per te.
Ed eccomi
mi riconosci ancora
sfatta e misera
con le tasche piene di me
e me soltanto.
Nessuna compagnia
nessuna maschera,
ma vera,
nella cicatrice che ho
e che sento,
di aver meritato.
Sull'ultimo girasole che muore
ho scritto una poesia
sai
una poesia senza versi
nella mia testa.
Ci sono versi scritti
che sussurro ai fantasmi,
dovresti sentirli
parlano del mondo
dell' infinito spazio,
tra un lamento e un amplesso.
*
Giro e rigiro
tra le dita
questo pennino aguzzo,
come lama,
mi tenta.
Già mi vedo rinchiusa in scatoline piccolissime,
già sento chi ride,
come echi sfocati.
come vecchi fotogrammi.
Annulla dal cielo
le nuvole ed i ghirigori
gli alberi e le dita scheletriche dei rami,
togli il bello ed il sublime,
fallo per me
per non farmi più delirare.
Mi stendi a terra,
sono la tua bambola distrutta
il vestito sporco e le unghie scheggiate.
Caravaggio dipingimi,
ti dirrei se ti vedessi
ma di me hai la potenza e l'atto
che altro cerchi?
Non vedi che è tutto nei pugni,
che ora stringi?
*
Mi sono coperta gli occhi,
quando sei arrivato.
Tutta me ti apparteneva,
in quel tenero istante.
Pensavo ai fiori
ai fiumi gelati d'inverno
all'abbraccio del freddo sui crisantemi bianchi.
Mi hai stretta a te più forte
ed io volevo,
volevo tanto,
essere lì
con te
farti sentire il vibrare del mio corpo
come una libellula
su corda di violino.
Ora mi chiama,
la sua voce calda nell'orecchio,
la mano sulle spalle.
Qui,
per me
senza più paura,
libera, nel per sempre.
*
L'indaco ed il viola,
il porpora e lo smeraldo.
Sono questi i colori,
con cui vorrei vederti
ora che il tempo è sabbia,
su ogni voce umana.
Stringimi la mano.
Arrivano le ombre di nuovo,
le bestie sono tutte sveglie
e vogliono sacrificio,
il mio.
E' così che si fa,
si cade e basta
per sette e mille cieli
finchè non si dimentica.
Un viso,
un nome,
il creato.
Non ho più forza
e le parole mi abbracciano,
calde e strette,
famiglie di sempre.
Madre e Padre,
al petto,
mi sfiorano con ossigeno nuovo,
ancora.
Smettere di respirare, poi
e d'improvviso l' Eden
l'assenzio.
Di amore,
vorrei che mi drogassi
in vena l'eroina dolce
non più bugie e tagli
ma amore
a m o r e
ne soppeso le lettere,
una dopo l'altra.
Le succhio avida
godendo il tepore,
fino alla nausea,
fino al sonno.
Morfeo è tornato da me,
amante birichino e premuroso,
scosta le frecce dal mio costato
e mi fa sua,
tra bende e bestemmie.
E morde,
il Dio del Sonno di noi,
povere pedine
morde più forte,
dipingendo per me
poemetti e strofe di canzoni,
che canterò a lui solo














