< giovedì, 30 aprile 2009 >
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Dall' alto dei cieli
nervose nubi sul costato
i tuoi occhi addosso,
le mani congiunte,
perfetta.
Ero la Vergine santissima,
i miei seni bianchi,
nettare perduto,
Eden impolverato,
la statua Divina
il marchio su pelle,
tatuaggio demoniaco
tra cosce e lussuria.
Consumami,
come fossi candela,
la mia fiamma accesa,
per te soltanto,
riscoprimi puttana
godere in silenzio,
acqua santa e legno,
inginocchiata.
*
Schegge di luce,
il sole bellissimo,
i raggi come mia corona,
avanzavo di potentissima forza,
tra le tue ossa,
come virus
infettiva malattia.
Nel sangue,
è questo che voglio
dita imbrattate di te,
di noi
finchè ce n'è
fino all'ultimo respiro
succhiarti e respirarti
tenerti tra i polmoni
verme solitario
a mangiarmi gli occhi.
Questi miei sguardi ,
la giada ed il rubino,
perle e petali,
per la mia redenzione.
Dì una parola,
una sotlanto
che sia d'amore,
ed io mi salverò,
tra queste fiamme,
guardandoti.
*
Mio Dio,
t' avrei chiesto pietà
dal basso del mio ventre,
partorendo mostri,
stringendomi al marmo,
imploravo lacrime,
dalle tue iridi,
una goccia rossa,
per le mie ansie.
Canterò stanotte,
quando non ci sarai
lontano dal mio pugno,
un requiem nero pece,
terrò la nota,
guardando angeli cadere,
uno ad uno,
come pioggia,
su di me.
E ancora,
mi desideravi pura
come neve dicevi
come neve bianca,
ma non c'era che tenebra,
nelle pozzanghere.
*
Ricordami così
l' arco piegato al dolore,
l'acuto sibilo
del cigno morente,
la piuma danzante,
in quest' aria inquinata.
Mani a tenermi,
non questi immensi spazi,
nè il cielo
ma catene e lividi,
il bluastro contorno
che mi renda reale.
Fammi vivere,
cicatrice sul cuore,
strappa via le ali
e volami dentro,
più a fondo
di questo mio giardino.
Arriverà l'inverno,
fiocchi eterni,
coma quieto,
chiudimi le palpebre,
alla fine del tempo,
leccandomi l'orgasmo,
maledetto indice
che i miei tasti preme,
esplodendo in me,
di bellezza macchiata.
< mercoledì, 15 aprile 2009 >
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Venature rosse,
rosso sangue,
il mio.
Colavo lenta,
cera liquida a sciogliermi,
sulle dita,
sgretolando frasi.
C'erano parti di me ,
ricordo
il volto e le mani,
le mie mani adorate.
Il frusciare degli alberi,
nella mente mia,
lo stesso eco
parole confuse e sussurri,
dicendomi follia.
*
Il delirio della carne,
taglio trasversale e netto
un parto dell'anima,
sputavo via l'embrione,
di questo mio amore,
grande e piccolissimo
un vagito di parole
a stringermi madre.
Non ho potuto guardarti
svanivi da me
eri il fantasma bellissimo
l'idea mai reale
una voce tra tante,
il tocco non voluto.
All'altezza del petto
non c'è niente,
non più.
Bare bianche di silenzi,
a guardare muta,
l'ennesimo mio cadere.
*
Il legno della croce,
sulle mie spalle ora sento.
Un ansimare all' unisono,
fiaccole d'occhi,
nel buio del giorno.
Spegni per me il sole,
quei raggi dorati,
quella luce magnifica
che non ho forza di volere.
Sono ancora qui,
una statua di pelle vitrea
gettami a terra dai
divertiti ancora,
ad uccidermi dolcemente.
Ero il Cristo sofferente,
in alto tra le navate,
della mia cattedrale di spettri.
Il costato trafitto,
vieni a berne
come da fontana
succhiavi le gocce,
godendone segreto.
L' anatomia precisa
di questo giorno,
la sfilata di ricordi.
L' eterna bambina,
dicevano
questo visino dolce,
l' espressione del cerbiatto,
suadente e terribile.
Ho ucciso io,
ciò che ero
immagine distorta
di una me lontana,
quasi assente.
*
Baciami colpevole,
il mio letto di spine
e le carte imbrattate
Little Miss Sunshine era qui,
l' odore di girasole
intenso e fragile,
sul cuscino.
Le notti a confondersi
la luce ed il buio
queste presenze,
senza nome nè volto.
Genuflessa,
alla mia stessa lapide,
vorrei piangere,
versare lacrime caldissime
per la me distrutta,
fatta a pezzi dal mondo.
Fiocchi al collo
rosa confetto
ed i pizzi ed i merletti
un vestito di cicatrici,
indossavo per me.
*
Mi sono lasciata,
è vero.
Come un cane,
per le strade del mondo
abbandonata al bivio,
nessuno lì
a prendermi e carezzarmi.
Le mie ossa poi
come tasti di piano,
uno ad uno,
li suonerei.
La non presenza ed il vuoto
la luna capovolta
il bicchiere di vodka
il rossetto sul bicchiere.
Schegge di ebano,
sui palmi
e scrivevo piegata,
un ramo d'ortica
sotto la grandine.
*
Questo abbraccio
il respiro dei secoli
tutto il tempo che c'è
tutto il tempo che non ho mai,
racchiuso qui,
nel mio petto.
Braccia a stringermi,
più forte del mio male,
a fondo,
fin dove c'è ossigeno.
Nevica, guarda
ci sono fiocchi bianchi
ballerine danzanti
ai miei occhi asservite.
Il freddo che torna,
l'anestesia da tutto
questo vorrei
dimenticarmi cosa ho,
la mia malattia bellissima,
il morbo e l'atroce sapere.
*
Ora e qui.
Mi dimentico di respirare,
il cielo nello stomaco
tramonti e laghi
laghi profondissimi
da non vederne la fine.
E poi più niente,
uno scoppio
un tonfo
come di margherita
che il capo fior.ito posa
e s'addormenta
< giovedì, 02 aprile 2009 >
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Massacro di stelle,
stanotte,
al centro di me,
dove pulsa il desiderio.
Petto cavo.
Invocavo carezze,
la mano sul capo,
salvifica
che mi tenesse lontana
da me,
dal mio dolore,
solo per un attimo.
Un altro attimo,
non ti chiedo altro,
nient' altro ,
se non un ora di quiete,
il respiro delicato,
un pensiero di luce.
Non lo sfregio,
nè la pazzia dei minuti
ma un interminabile silenzio.
il battito regolare
di chi sa esistere,
senza scivolare.
*
In questo vuoto,
bianco sterile,
ti trovo ancora,
seduto immobile.
Il tuo sguardo impietoso,
io piccola
io inesistente.
Era al tuo cuore
che misuravo la mia poesia,
i miei versi
sul tuo costato,
che volevo ricreare,
come da polvere,
opera d'arte.
Avrei voluto un cuore,
nuovo e magnifico,
meccanico e stridente,
il suo grido,
nel nero,
a svegliarmi dal coma.
Da questa vita,
che non vorrei
ma m'assale,
quando dormo
e mi violenta
come puttana.
Lei che era tutto,
tutto quanto,
sapeva amarmi
e gettarmi via.
Accartocciata,
come foglia d'estate,
le tue carezze
di calura e delirio
erano perle
per me,
che non so essere
senza te dentro
*
Embrionale sentire
tu madre
tu santissima trinità
della mia condanna,
perchè non torni,
perchè mi lasci qua,
a morire di te?
Minuti come ore
non respirare nemmeno,
pugni serrati
e baci che mancano.
Abbracciami,
scarnificato corpo d'ombre,
tienimi a te
come fossi tua figlia,
colma i tuoi occhi,
delle mie lacrime,
che d'oceano
si è colorato lo spazio.
Divarica le gambe,
fammi vedere,
come nasco
e muoio,
ogni volta.
*
Puttana,
le tue labbra ricordo
il bacio del serpente,
i tuoi morsi addosso,
scopandomi forte
ogni mia lacrima.
Nel tuo ricordo,
ho creato incubi,
mostri immensi
che fanno banchetto di me.
Vermi dorati,
che
sull' inguine,
leccano le gocce,
che a te darei,
come se fossi io,
la magia del mio palco.
Sipario,
chiudersi di rosso porpora,
rosso sangue,
il mio,
che cola lento.
Dal mio cadavere
guarda
nascono anemoni
i petali
color del primo sole,
riflettendo l'infinito.
Guardarmi da fuori
come se non ci fossi
come se non sapessi
che è mio,
quell' abominio.
Figli gettati nei rovi
senza pianto
nè rimorso.
*
Nell' oro e nell' argento,
fammi tornare,
non esiste niente,
se non Te.
Io che son già,
maledetta anima,
lontana dal perdono,
lasciami il cielo,
questo cielo d'ambrosia
dove appendermi.
Le mie braccia allunga
e lì
nei palmi
inchiodami e fermami.
Ti offro me,
ora che te ne vai,
questo corpo offeso,
umiliato e deriso,
meta impietosa
di pellegrini disattenti.
Queste ferite,
tutte quante,
sono la mia storia.
Accettami così,
non voltarmi le spalle,
puttana
non ancora
ho bisogno di te
del tuo abbraccio
quando ubriaca di malinconia
cedo a fantasmi,
la mia lira.
Poeta,
tu che sai
cosa è per me,
il graffio,
raccontami di nuovo
cos' ero
perchè vivevo
ed amavo senza indugio,
ogni mia imperfezione.
*
Vomiterò bellezza,
un giorno,
quando tu non guarderai
avrai gli occhi
nell' orizzonte
mentre io risorgerò.
Sarò fenice,
la nuova Era,
onirica promessa.
Vieni con me,
afferrami e uccidimi.
Ti porgo la pistola,
premi tu,
per me,
il grilletto.
Non lasciarmi guardare,
questa dolcezza
tutta questa dolcezza
svanire,
diventare dura pietra
e sgretolarsi
com' anch' io farei,
se avessi coraggio.
Fegato e reni,
anche quelli
etirpa da me
che bevo cicuta e miele
dalla mia nascita.
M' hai lasciata di nuovo,
solissima e perduta
ero Alice folle,
ero un ballo dove io,
giravo in tondo
fingendo meraviglie.
Lasciami andare
e urlami di tornare,
quando l'ultimo petalo,
del mio ventre
sarà macerie.
*
Vieni vicino,
stuprami dentro,
stammi addosso
come fossimo animali.
Io e te,
come fratelli,
mordimi il collo
e sputami di nuovo,
a terra,
partorendomi dalla bocca.
Le tue labbra
da incidere
e se avessi un dio,
sai
pregherei al contrario
un ave maria di voci rauche
per le tue labbra.
Da mordere e leccare.
Un unico gemito
prolungata estasi,
fino alla fine
finchè ce n'è.
Alzami la gonna,
mentre non guardo
e fotti,
quest' ultimo sogno.
Senza più maschere
nè paure,
soli
nella penombra,
dove
anche un tuo minuto
tra perdizione e oblio,
mi rende bella.
*
Questo nero pece,
prendilo e copri,
il mio viso sfregiato.
Fammi essere
l'abominio che diviene stupore
il quadro imperfetto
ad intrappolare per sempre
i tuoi occhi.
Fammi essere
la chiave
di ogni tuo volere.
E poi cancellami,
e di nuovo,
ricreami.