< venerdì, 26 dicembre 2008 >
Categoria:
Ti schiudi
asfodelo del mio dolore
carne macilenta
di questo corpo deforme.
Scoprivi le mie piaghe
e con colcezza
ricordavi
tutto il passato
tutto il paesaggio marino
visto insieme.
Quanto ancora c'era forza
e quiete
per poter camminare fianco a fianco.
Eri una macchia sul polso
un taglio netto
a palloncini in un cielo porpora
*
Carcasse di nebbia
tra le dita inchiostro
per scriverti ancora
tra distanze
che sembrano minuti da poco trascorsi.
I giorni come anni
contarli all'indietro
per cercare in quell'istantanea
tutto l'amore che c'è
la sagoma obliqua
dell'approvazione
che in fondo alle tasche
cercavo.
Non mi troverai più
al muro riversa
come un mazzo di rose,
il mio odore è svanito
e di rabbia e malinconia
odorano le mie mani.
Se solo m'avessi stretta
più forte e più a lungo
sarei rimasta
avrei colorato di celeste
regalandoti un sorriso
perfetto
nel suo infinito sgretolarsi.
*
Avevo un cuore
ricordo
batteva nel petto
i suoi passi
erano poesie sulle mie ciglia
e avevo parole
per chiunque mi baciasse con foga.
Era bello il tempo
delle albicocche
mangiate di fretta
e poi di nuovo voli
voli altissimi
di ali coi nastri al collo
e di cigni,
il solitario muoversi.
Scucivamo risate
dalla coperta del futuro ,
manichino senza braccia
che indicava un punto
in mezzo allo sterno dell'orizzonte.
*
Tornare infine
dalle mani
quelle mani enormi
che ti schiaffeggiano la dignità
e sei solo un coniglietto di pezza
da prendere e gettare a terra
con la polvere.
Schegge di vetro
come coccole,
il sangue che scende
nessuna lacrima da mostrarti
ma sorrisi su sorrisi
conchiglie in collane
e oceani da dividere.
Quanta bontà
nel più profondo
disprezzo.
Ti guardavo tra desiderio
e disgusto
la passione
di saperti mio
eppure lontanissimo
da questo abbraccio d'aria.
Sento freddo
e ti odio
e ti amo
nell'inverno ho trovato te
sotto il ghiaccio
rubino prezioso
e pare che io adori
farmi male,
*
Lame nel letto
tra cuscino e lenzuola
una finestra di luce
che buca le iridi
e cieca adesso
guardo
osservo
ricordo.
Miss Happiness ha vinto ancora
la dolcezza cola
dalle ferite vecchie di anni
e ogni errore è zero
di nuovo
avrei pena
se solo m guardassi
ma allontano i riflessi
e torno
come una sposa fedele
a tessere la trama
di un sogno,
forse solo mio.
*
Ti prego
adesso
uccidimi
taglia la mia pelle
falla diventare stella brillante
per te che non sai
per te che dormi
e non sai il mio amore
dove potrebbe arrivare
cosa potrebbe fare e farti.
Ti prego
adesso
fammi male,
tutto quello che vedi
prendilo
è tuo,
non ho più ossa
nè libellule
da intrappolare
ma solo questo ultimo ballo
e il volteggiare lieve
di solitudini identiche.
< lunedì, 01 dicembre 2008 >
Categoria:

Non più fiamme
non più dei
o ritratti di famiglia
ai quali votarmi.
Non c'è più luna,
luna piena
luna madre
luna dorata.
Solo luci impazzite,
neon viola sulla pelle bianca.
un morso al collo
che mi dice ti amo
ogni volta lo tocco.
Piccola agonia,
passare l'indice sul blu del livido
sentirti presente
e non incorporeo ricordo
e ci sei
nonostante ogni più buon proposito.
Questo amore che non capisco
questo amore cannibale
che tra tutti,
ha scelto me,
per nidificare
come rondine d'estate tra gli sterpi
creando meravigliosa armonia
per noi due,
distese figure
su un tappeto di foglie secche.
*
Prendimi pure adesso
le ossa ordinate
una per una,
come tasti di piano,
non sento più dolore
nè critica a questo mio incedere.
Sono qui, e ora
come mai prima,
vestita di un bianco sposa
che quasi fa tenerezza,
se osservi il pizzo e le trine.
I confetti nel palmo
e una poesia sulle labbra
per potertela sussurrare
prima del tramonto del sole.
Solo tu
che dai e togli
che arrivi e scompari,
come il fantasma dell'Opera
che non avevo il coraggio
d'aspettare ancora.
Dimmi che sono finta,
che tutto questo non c'è,
sorriderò compiaciuta
stringendoti i polsi,
mio.
*
Che stupido agnello,
m'hai detto
guardandomi con l'inverno negli occhi,
tenendomi lì
tra le tue braccia stretta
per non farmi andar via
e non era illusione no
era vero tutto quanto
i ricordi ci sono
posso giocarci a scacchi
con queste visioni che diventano follia
ora che non ci sei
ora che non ti ho qui
nettare d'ambrosia
droga salata
per le lacrime che verserò pensandoti.
Ho visto la steppa.
La neve coprirmi le ferite,
una ad una, medicarle come unguento
e infinitamente tu
un valzer di danze di demoni
e di nuovo le tue labbra
il tuo sorriso, Lucifero
il più bello degli angeli
e il più maledetto
tra i desideri umani.
*
Mi manca l'aria,
stringo i pugni
e ancora non ci sei
non ci sei
in quest' ossigeno che sa di polvere
se manchi
in questa rabbia che sale,
sento la marea del pianto
corrodermi
tagliarmi le vene
e lasciarmi immobile,
una statua rosso porpora
alla derisione dei corvi
che le ali nere spezzano,
nell'infinito volo.
*
Tienimi,
ho braccia e ossa fragili.
Tienimi,
non ho più forza
per proteggermi da sola
e ho ammesso di aver bisogno
di anche solo una tua parola,
che se mi neghi
crea squilbri,
ingranaggi d'orologio che girano
in questo mio cervello stanco
e mi distruggono.
Tu come edera,
ti sei arrampicato dentro di me,
leggero,
sradicando ogni altra pedina,
gettando via l'ansia
in quell'attimo,
in quel bacio vero
che le mie labbra
ti hanno strappato,
tra chimica e sentimento.
*
Cuore mio,
t'ho ordinato,
fermati,
lasciandoti entrare
dentro di me ancora
col permesso di uccidermi,
la lama alla gola
e sentire Eros trafiggermi
nell'istante del taglio.
Una linea perfetta
dirtta come autostrada
per saziarti
quando ogni mio dono
ti sarà stantìo.
Giochi da mantide
violento scoppio di risa
e poi giù
fino in fondo
raschiando il pavimento
tenendo nelle unghie
pezzi di me che non sapevo d'avere.
Mi accompagni nel cielo
e all'inferno mi culli
tra le fiamme
che io e io sola
ho scelto per la mia rovina
ma
posso dirmi beata
se quell'attimo di fiato
è per me sola.
*
Mio.
Te l'ho urlato
graffiato sulla schiena
come animali
io e te
sulle spine di una rosa
sfioravamo il vento con le dita,
una ninfa d'alloro
che fuggiva dalle tue lusinghe
e non voleva altro
che un grammo,
un grammo soltanto
della tua più dolce eroina.
Ho svenduto anima e corpo
per un eternità incerta
camminando bendata
tra una platea di ciechi,
ritrovandoti sempre lì
a serrarmi le mani.
*
Nella marea,
dove l'onda esausta
ripone la sua forza
e nel cielo tra fulmini e lampi
mi sono detta Regina.
Tra i lombi il tuo nome,
inciso a fuoco
e godo,
mentre minuscole gocce vermiglie
rompono il tempo.
Plic, plic.
Ancora cadere
le ali spiegate
e con dolcezza
tornare da te,
dal laccio sontuoso
seta e broccato
delle tue spalle contro il mio viso.
Vorrei ora morire,
ricordarmi tutto
senza perdere niente
e immaginarmi,
come ora faccio,
un unico destino,
a doppio filo intrecciato al tuo.
Due rami ,
due piante carnivore
strette,
morbosamente strette
in un bacio che sa
di ruggine e zucchero filato.