
Annusavo,
negli angoli
distrattamente
l'amore
come un cane,
con la lebbra
cercando una pozzanghera di lacrime
da cui bere,
ormai stanco
un poca d'umiltà.
*
Un corpo
d'angelica forma
avrei voluto
un cielo cobalto
dove poter
alla fine
precipitare
e non le tue mani
a prendermi
a raccogliermi
come un infante
da terra,
scuotendo forte
quell'ultimo campanello,
eco lontano
che nelle valli
amplificava il mio pianto.
*
Seduta attonita
al mio stesso viso
domandavo cosa,
chi m'avesse uccisa.
Questi,
i miei occhi,
questo,
il mio collo
riconoscendo
solo un minuscolo buco
sotto al ventre
dove le ultime foglie
avevano ricoperto
l'inevitabile mancanza.
*
Una bambola di carne,
quello che resta di me,
del mio amore immenso
delle briciole
raccolte con la lingua
come diamanti
a tenerli nello stomaco
illuminando le ombre,
amiche di sempre.
Io sono le ciglia
inumidite
che si piegano
e l'alba
di porpora,
colorano
quasi a esser sangue
della vergine e madre
che a noi tutte,
anime erranti
dette vita.
Dalla terra
calore dei semi
al vento,
padre impetuoso
per poi scivolare,
sinuose
nelle fiamme
che i miei lombi
ora avvolgono.
Come un manto,
il calore
adesso
mi brucia
e non sento niente,
Mio Sire
non sento alcunchè
che possa ora
farmi inarcare
e in ginocchio
chiedere perdono.
*
La mia ferita
reca il tuo nome
e vieni adesso
penetrami da dietro
penetrami adesso
che non ho forza
per chiamarmi
mangiami
come il melograno
che di Eva
fu il paradiso dei sensi
e donami quiete
nell'assalto
e nei denti a sbranarmi
la più dolce quiete.
Tra mostri,
sai,
ci si ama
e poi
brutalmente
ci si uccide.
*
Ti guardo sparire,
ultimo fantasma
vorrei disegnarti
donarti ora
una parola
per essermi nella mente
ma le tue dita
mi graffiano
e un pentacolo
sulla mia schiena
mi rende libera.
La tua amante sterile,
il giardino segreto
dove relegarmi
demone tra i demoni
a contare il tempo
innamorandomi della tua aria.














